Diodato muove i suoi primi passi di artista a Napoli, dove partecipa attivamente al vivace dibattito che nei primi anni sessanta anima la cultura artistica partenopea, in cui già si afferma come centro propulsore il primo spazio espositivo diretto da Lucio Amelio, quella Modern Art Agency dove l'artista propone il proprio lavoro nel 1966.
Nello stesso anno si trasferisce a New York, cità in cui lavora fino al 1992 avvicinando esperienze, ricerche e protagonisti della giovane scena artistica statunitense.
Nuovamente in Italia, questa volta a Roma, mantiene costante il suo impegno di artista eccentrico, sostanzialmente estraneo a ogni definita scuola o corrente, muovendosi senza rigidità tra pittura scultura performance, mostrandosi sempre aperto al confronto con nuovi materiali, nuovi spazi e nuove dimensioni, pronto soprattutto, a costruire azioni e a proporre interventi che siano, prima ancora che delle creazioni artistiche, delle provocazioni e degli stimoli in grado di ridiscutere e ridefinire i “rapporti dell'arte con la politica e il mondo”.

MOSTRE PERSONALI MOSTRE COLLETTIVE
EVENTI, ESIBIZIONI E OPERE PERMANENTI
Biografia

Documentario realizzato dalla studentessa americana del R.I.S.D. Annabel Ruddle, durante la sua permanenza a Roma. Il video è un ritratto dell'artista e del suo lavoro, un viaggio all'interno dello studio romano popolato da opere e dai suoi assistenti, osservato e raccontato dall'obiettivo di Annabel, da cui non si è mai separata durante il suo periodo di ricerca artistica a Roma.

Documentario
Baldo Diodato nasce a Napoli nel 1938, si forma all'Accademia Albertina di Torino e all'Accademia delle Belle Arti di Napoli.
La sua attività artistica inizia già nei primi Sessanta, con l'adesione all'Operativo Sud 64, composto da Dentali, Carlini, Rubino, Gennaro, Piemontese, Patterson e Achille Bonito Oliva come teorico del gruppo, e successivamente al Gruppo P.66, entrambi coordinati da Luigi Castellano (LUCA).
Nel 1964 arriva il debutto artistico con la mostra personale alla galleria Numero di Roma (poi replicata a Firenze e Milano nello stesso anno), dove Diodato espone "sculture di figure umani esili, con una materia fortemente tormentata", composte da fil di ferro e stracci di stoffa, seguendo le tracce di Giacometti e Calder, oltre che gli stimoli accademici di Perez. Nel 1966 Diodato espone con l'artista Pappa alla Modern Art Agency di Lucio Amelio, a Napoli, esibendo opere frutto di un lavoro di ricerca “tra prodotti della Rinascente e cornici antiche, tra barattoli confezionati in serie [..] e frutta, fiori, piatti di cartone e centrini di plastica”, che Lea Vergine definisce “sfacciatamente barocco, decorativo, ornamentale”, tanto da chiedersi se Diodato non rischi “di essere la prima vittima di quel feticismo industriale”.
Due anni prima, nel 1964, la Biennale di Venezia subisce la prima invasione americana della Pop Art, dimostrando come gli Stati Uniti fossero il nuovo terreno fertile per una tale corrente artistica, di cui Diodato, a sua insaputa, è parte e promotore, se pur in un'Italia che non da libertà di emergere. Nel 1967 l'artista si trasferisce a New York City.
Napoli
New York accoglie Diodato a Chelsea, in uno studio che affaccia direttamente sulla 21h St., dove l'artista osserva meravigliato il continuo flusso vitale della metropoli, che immortala in "Due cubi scomponibili", grande installazione percorribile che riprende la struttura degli infissi stessi dello studio, esposta da Lucio Amelio a Napoli nel 1967.
L'influenza Pop porta infatti Diodato a "trasformare, manipolare, ingigantire tutti quei segnali di cambiamento che nella metropoli si ammassavano, caotici e violenti", dialogando con il pubblico con performance nelle vie, nelle piazze e nei parchi come le "Sculture vivienti" nella J.F.K. Plaza di Philadelphia in Pennsylvania nel 1974, o con mostre personali e collettive negli spazi pubblici come New Jersey State Museum, il Philadelphia Museum of Art e il Mercer County Community College di Trenton.
Il ritmo frenetico di New York e il “flusso incessante di umanità varia” catturano ancora l'attenzione di Diodato, che ricopre strade, piazze e pavimenti di tela, registrando in un "frottage collettivo" le tracce e le storie dei passanti.
Nel 1976 l'Alessandra Gallery di New York ospita la performance personale “One Man Show”, durante la quale Diodato riveste l'intera galleria con 600 metri quadrati di due strati di tela, tra i quali inserisce uno strato di carta copiativa, realizzando un enorme frottage. L'artista decide di lasciare New York nel 1992, “una città che ti assorbe di giorno e di notte, dopo venticinque anni dovevo abbandonarla”, e di tornare in Italia al fianco della sua compagna Maddalena Vincelli.
New York
Il ritorno in Italia coincide con un momento di attività molto intenso, con le mostre "War Games", organizzata dall'Italian Cultural Institute di Londra nel 1994 esponendo opere realizzate con la tecnica di smerigliatura a disco su lamine di alluminio, e “Roma sotto le stelle del '44: storia, cronaca e cultura dalla guerra alla liberazione” al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove ormai si è stabilito da due anni. Nel 1996, dopo un ritorno dell'artista a New York per le mostre “Baldo Diodato. He's back” alla Clayton Gallery e “New York: sulle orme di Baldo Diodato” alla NY Gallery, viene pubblicata la prima antologica di Baldo Diodato dall'Istituto Suor Orsola di Benincasa di Napoli a cura di Mariantonietta Picone, dal nome “Nostalgia del futuro”, in cui viene documentato il trentennio di lavoro dell'artista.
Nella fine degli anni novanta la Fondazione Morra di Napoli organizza due mostre: “Metalli”, con catalogo di Achille Bonito Oliva e Luigi Luca Castellano, e “Atene opere fatte/Napoli opere da fare” in cui l'artista espone opere fatte durante il soggiorno ad Atene, dove partecipa alla fiera d'arte “Art Athina'98” all'interno dello stand Morra, riproponendo la tecnica del frottage.
Il ritorno
Alla fine degli anni Novanta Diodato trasferisce il suo studio a Piazza del Colleggio Romano, nelle splendide ma umide cantine del Palazzo Doria Pamphili, dove il tempo e la muffa non risparmiano neanche le tele dei grandi artisti. Così negli anni duemila la tecnica del frottage, che caratterizza Diodato dagli anni settanta, subisce un'evoluzione materica e stilistica, sostituendo la tela e la carta con lastre di alluminio di diversi spessori. L'artista, forte della sua nuova tecnica di calco su alluminio, decide di creare opere di grandi dimensioni, come nel caso di "Marcaurelio", opera realizzata nel 2002 rivestendo 90 mq del lastricato di Piazza del Campidoglio a Roma con alluminio, ricostruendola all'interno dello Studio di Arte Contemporanea Pino Casagrande.
Le opere in alluminio della produzione di questi anni, vengono ben accolte dalla crtica e dalle gallerie romane: nel 2007 viene organizzata "Due Sanpietrini" da Pio Monti Arte Contemporanea e nel 2009 la personale "Baldo Diodato 1965-2009" a cura di Achille Bonito Oliva per Erica Fiorentini Arte Contemporanea in Via Margutta. Nel finissage di quest'ultima mostra inizia la collaborazione con il percussionista M° Antonio Caggiano, che compone e sperimenta ritmi sulle opere metalliche dell'artista, modulando e riproducendo i suoni delle lamine sotto i colpi del martello di Diodato. La cooperazione tra i due porta alle performance di “Tappeto in musica”, realizzata sulla terrazza del Museo Hermann Nitsch della Fondazione Morra a Napoli, di “Tappeto Sonoro” che trasforma Piazza San Francesco a Lucca in un sottile palcoscenico d'alluminio e nella mostra personale del 2014 da Pio Monti Arte Contemporanea al Ghetto di Roma.
Roma

Achille Bonito Oliva

L'arte d'avanguardia compie tale operazione attraverso materiali e tecniche capaci di riportare il passato nel presente e ribaltarlo verso il futuro.

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Il passo della storia
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L'arte contemporanea può anche progettare il passato. L'arte d'avanguardia compie tale operazione attraverso materiali e tecniche capaci di riportare il passato nel presente e ribaltarlo verso il futuro. È il caso di Baldo Diodato che realizza il calco della storia. Parte dalle superfici di alluminio e compie una sorta di frottage a tambur battente, facendo aderire questa pelle metallica al suolo e realizzando il calco di un calpestio che alle spalle non solo il passo del collettivo, ma sicuramente anche passi esemplari che hanno segnato, appunto, la storia. Ecco che l'opera di Diodato ribalta le dimensioni: l'alto diventa il basso, il basso diventa l'alto: oggetto di osservazione dell'artista dunque è il territorio su cui batte il piede, in cui si muove la società in un clima diurno e in clima notturno. La piazza viene in qualche modo documentata, duplicata, ricalcata. Sottratta all'oblio e riportata nel presente, però nelle spoglie possibili del calco che quindi non è soltanto citazione. È anche il riconoscimento di un lasso di tempo che è trascorso e che permette alla materia di arrivare a noi in uno stato esemplare, “ischeletrito”. Dietro il lavoro di Diodato c'è un processo creativo che ha alle spalle molte radici culturali: inizialmente c'è il gesto del frottage, l'azione surrealista del ricalco, laddove con il gesto automatico della mano è possibile riprodurre la memoria dell'oggetto sottostante. Spazio e tempo coincidono, si diramano nella galleria, lasciando al centro come un percorso per lo spettatore, e permettono a questo calco di acquistare nel presente la propria identità. Diodato è lo scultore che compie una scultura che cavalca il quotidiano. Raccoglie le tracce di un calpestio collettivo che non ha più l'imprimatur del passo nobile o ecclesiastico, ma il passo anonimo, collettivo, massificato. All'interno di questo nuovo camminamento che diventa scultura Diodato riesce a risucchiare nel presente il flusso del passato. Introduce delle piccole tracce che documentano il nostro presente, flussi visivi e sonori, tracce iconografiche, passaggi urbani condensati al suolo tra i vari elementi che costituiscono quello che possiamo chiamare la pelle della scultura. Ecco che Diodato stabilisce un rapporto di equilibrio e allo stesso tempo dialettico tra presente e passato, tra cronaca e storia, dove il calco non è solo un procedimento automatico, ma è la consapevolezza di un tempo passato che per farsi presente deve assottigliarsi fino ad acquistare sapientemente le spoglie della bidimensionalità. Lo spessore della storia si fa superficie, e la superficie è il tempo che misura il proprio trapasso nella immobilità di una presenza che però viene vivificata dal percorso del pubblico. La scultura diventa così interattiva, il percorso crea un'abitabilità che ha una sorta di ritmo, di respiro, che la dice lunga sull'arte, che cos'è l'arte a questo punto se non la possibilità di progettare un passato attraverso il presente e farlo viaggiare come un siluro verso i territori del futuro.

Achille Bonito Oliva
Palazzo Chigi, Galleria Miralli – Viterbo, 11 Marzo-3 Aprile 2007

Vincenzo Trione

Guidato da uno sguardo disincantato, si confronta con varie suggestioni. Conserva, però, una notevole distanza rispetto a cose e situazioni, muovendosi sul filo di un'ironia dissacrante.

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Un tappeto di impronte
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Nel 1975, Baldo Diodato occupò parte di una piazza del centro di Filadelfia con una grande tela bianca, che fu, in breve, ricoperta da impronte, da segni. Vent'anni dopo, Diodato ha deciso di servirsi della stessa tecnica. In occasione dell'ultima edizione della Fiera d'Arte tenutasi lo scorso Ottobre ad Atene, ha collocato in varie strade tele su cui i passanti hanno lasciato impresse le tracce del loro passaggio. È nato così il ciclo di opere esposto presso lo Studio Morra (in via Calabritto). Animato da una notevole curiosità per i materiali, l'artista napoletano – che ora vive a Roma – si propone di violare l'aurea dell'opera. A tal fine non ha disposto la tela sul cavalletto, ma l'ha collocata a terra. Ha scelto, inoltre, di lavorare fuori dallo studio, all'aria aperta, a contatto con la vita. Ha reso, in tal modo, l'arte una sorta di rito pubblico, esposto ad ogni tipo di influenza. Per realizzare le sue installazioni, ha riscoperto una tecnica molto amata dai pittori surrealisti come il frottage, che consiste nello strofinare la matita su un foglio poggiato sul pavimento: in seguito, sono sviluppate le suggestioni dell'immagine impressionata. Rifacendosi a questo escamotage, Diodato ha steso a terra una superficie che, pressata dalle impronte dei passi, ha aderito al pavimento, producendo forme e geometrie imprevedibili. La tela diviene lo spazio che ospita un gesto consueto come il camminare. L'artista ha riportato le tele nell'atelier, le ha poste su strutture di legno; le ha tese. Ha apportato qualche minimo intervento. In altri casi, ha macchiato la superficie con violenti tocchi di colore dal sapore informale. In alcune tele, invece, ha inserito elementi floreali, che richiamano da vicino le nature morte di Recco. Fedele alla propria identità stilistica provocatoria – che, nel '60, aderì ad Operativo Sud '64 e al Gruppo P.66 – concepisce l'opera come un luogo ibrido in cui convivono suggestioni di vario tipo. Fa incontrare luoghi tempi diversi: l'oggi del camminare con lo ieri dell'arte del '600. Le involontarie e rigorose geometrie prodotte dal passeggiare si confondono con eccentrici fiori, che esibiscono l'aspetto “sfacciatamente barocco, decorativo, ornamentale” di cui ha parlato Lea Vergine. L'artista si diverte a sommare l'antico e il moderno, a sfidare i maestri dell'arte, che trasforma in moderne icone. Guidato da uno sguardo disincantato, si confronta con varie suggestioni. Conserva, però, una notevole distanza rispetto a cose e situazioni, muovendosi sul filo di un'ironia dissacrante. In galleria, l'artista ha presentato un'installazione, formata da una sorta di tempio nero, al di sotto un “tappeto” bianco, destinato ad accogliere le impronte dei visitatori, la loro presenza.

Articolo de “Il Mattino” 16/2/1999 di Vincenzo Trione.

Lea Vergine

Diodato è un “assembleur” dei nostri giorni. Diodato è meridionale, sfacciatamente barocco, decorativo, ornamentale.

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L'arte in gioco
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Diodato è un “assembleur” dei nostri giorni. Diodato è meridionale, sfacciatamente barocco, decorativo, ornamentale. Diodato è uno scenografo capace di mimare, la sagrestia, il cabaret, la vetrina dei grandi magazzini e l'altare, trasformando ironicamente tutto quanto i mass-media e il kitsch veicolano con assillo costante. La sua epifania gastronomica “finta” e “falsa” non intende spezzare lance a favore della piacevolezza della merce di plastica, piuttosto evidenziare quei processi di alienazione che hanno profondamente alterato il rapporto uomo-natura. Non è, quindi, la natura morta di sana memoria che cambia pelle diventando industriale, senza mutare sostanza: è esattamente il contrario. Come dire “ecco a voi immagini visive gradevoli a livello popolare”. E poi c'è l'ibrido delle “laisons dangereuss” tra prodotti della Rinascente e cornici antiche, tra barattoli confezionati in serie (assunti come oggetti-immagine e organizzati secondo un tentativo di volenterosa serialità) e frutta, fiori, piatti di cartone e centrini di plastica, non adoperati come elementi di per sé significanti ma combinati in base ad un valore associativo. Essi non sono elevati a nuova funzione, l'autore non intende rivalutarne il significato; se ne serve così come farebbe un prestigiatore, per giocare ai “nostalgici riferimenti”. Ma, ci si può chiedere, si tratta di “imagerie” popolare o di arte commerciale? Non rischia, il giovane Diodato, di essere la prima vittima di quel feticismo industriale, per avversare il quale aveva cominciato un suo racconto? Non finisce forse col proporre il folclore dell'oggetto in serie? Ma Diodato è alla sua prima personale e pertanto bisogna riconoscergli quello di cui abbondantemente dispone e cioè: entusiasmo, estro, senso del gioco, ironia, meraviglia e una discreta dose di agnosticismo.

Testo estratto dal catalogo per la Galleria Modern Art Agency di Napoli, Febbraio 1966.
Testo utilizzato anche per MarcaTre, rivista di cultura contemporanea del 1966; per il libro “L'Arte in gioco”, edizione Garzanti del 1988.

Mariantonietta Picone Petrusa

A Diodato piace operare sulla sottile linea di confine fra tendenze e movimenti diversi, mettendone in discussioni gli assunti programmatici esclusivi.

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Nostalgia del futuro
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[..]Se un certo filone dell'avanguardia – che da Duchamp è arrivato ai concettuali – ha proceduto infrangendo via via tutta una serie di tabù, distruggendo l'”aura” dell'opera fino alla ricerca dell'impersonalità, alla sua pretesa smaterializzazione, fino alla teorizzazione del plagio e ancora oltre, la postavanguardia ha preteso di infrangere anche i tabù della spersonalizzazione dell'avanguardia, recuperando l'individuo con il suo vissuto, e dunque il tempo e la storia; in piena libertà, senza condizionamenti e gerarchie;distruggendo l'autorità della storia stessa, per ridurla a propria misura. Diodato con il suo percorso si presta in modo esemplare per farci cogliere questo processo; e il banco di prova sono proprio le sue invenzioni tecniche e le sue commissioni ironiche. Ed è su questo piano che troviamo una precisa continuità anche con il suo periodo cosiddetto concettuale e con le sue sperimentazioni attuai apparentemente neoastratte, molto diverse dalle sue ricerche precedenti. Se poniamo in fila opere come Caravaggio & I (1966), i Floor pieces del '75-'76, Quattro passi sulla tela (1979), Libro aperto (1974), World's Window (1975), Pala d'altare (1982), Memories of Pompei(1982), i pannelli in alluminio della mostra a Londra War Games (1994) e la cella di Via Tasso (1995), sembrano opere tutte diverse, inseribili nei differenti filoni della ricerca artistica degli ultimi trent'anni: la pop art, gli events, le analisi sui supporti dell'opera d'arte, la land art, l'arte concettuale, la transavanguardia, il citazionismo, il neoastrattismo e così via. Senza dubbio il dialogo con queste ricerche è stato fittissimo, e le sue opere possono legittimamente essere confrontate con quelle di Dine e dei pop artisti, con quelle di Serra , di Andre o di Smithson o ancora con quelle di Barry e con quelle di Cane e perfino con le ricerche optical degli anni '60, ma attraverso un suo personale codice e la presenza di alcune “costanti”: la tecnica del prelievo e del riutilizzo di materiali industriali, la demolizione del principio di autorità – e dunque il prelievo dalla storia o dalla natura senza complessi -, il senso profondamente ludico dell'operare artistico, il bisogno di dialogare con il pubblico, il legame altrettanto profondo con gli eventi, i luoghi e le esperienze della sua vita quotidiana. Non troveremo mai in Diodato la seriosità dei concettuali, né il rigore un po' sterile a volte dei francesi Support Surface, né il grado zero della minmal art, ma non troveremo nemmeno la ripetitività ormai stancante e non del tutto priva di inquinamenti commerciali degli artisti pop americani. A Diodato piace operare sulla sottile linea di confine fra tendenze e movimenti diversi, mettendone in discussioni gli assunti programmatici esclusivi.[..] Le sue opere accostabili a questi ambiti di ricerca ripropongono sempre l'uso di materiali riciclati, o il richiamo a particolari marginali della sua vita d'ogni giorno e, sovrana su tutto, la sua costante ironia. Perfino la lunga serie di performances degli anni '70, in cui gli spettatori erano liberi di lasciare le loro orme sulle tele distese a terra, si arricchiva di sensi, nel momento in cui c'era l'illusione di “catturare” un brandello di vita reale attraverso delle tracce, pari all'uso della camera fissa nel cinema underground di Warhol; infatti, con l'uso della carta copiativa posta sotto la tela, si riutilizzava in modo inedito un materiale bell'e pronto secondo la più rigorosa regola dadaista, si nobilitava “la copia”, si citava ironicamente il “lavoro d'ufficio” del viceconsole Baldassarre Diodato a Trenton nel New Jersey, si mimava una sorta di frottage semplificato, alla Ernest, quando, oltre alle impronte dei passanti, si riusciva ad imprimere la trama del pavimento su cui era posata la tela.[..]

Estratto dal testo di Mariantonietta Picone “Nostalgia del futuro” dell'antologica su Baldo Diodato “Nostalgia del futuro” 1996.

Francesco Franco

Baldo sa bene che nell'arte contemporanea conta l'effetto, il risultato finale, oltre che il procedimento; e sa che ogni procedimento è ammesso.

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Diodato Podofilo
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"Questo è fatto coi piedi. Non va detto? Lo sminuisce?". Tante volte ho sentito Baldo dire quseste parole. Avrei risposto, banalmente: "l'importante è che non sa un lavoro pedestre". Ci sono tanti lavori fatti con le mani che sembrano fatti coi piedi. Nel caso di Diodato molto spesso accade il contrario: sono fatti coi piedi, ma sembrano talmente espressivi e curati da apparire manufatti. Baldo sa bene che nell'arte contemporanea conta l'effetto, il risultato finale, oltre che il procedimento; e sa che ogni procedimento è ammesso. Si diverte a camminare , masi diverte ancora di più a far cammniare gli altri. "Perchè devo fare una cosa, se anche gli altri possono farla bene o anche meglio?" Non solo alcune sue opere sono fatte coi piedi, ma i piedi che le producono non sono neppure i suoi: piedi inconsapevoli di visitatori a volte inconsapevoli. Vanno bene all'artista anche le persone non necessariamente interessate al suo lavoro, sono utili anche i frettolosi passanti. Sicuramente c'è molta podofilia nella sua arte dagli inizi a oggi. Nella Tesi di Laurea su Baldo Diodato di Francesca Guido si analizzano alcune passeggiate sulle tele. Nell'Installazione alla J.F.K. Plaza di Philadelphia del '74 il camminare delle persone sparge i colori sulla tela e, attraverso lo sfregamento (frottage), emerge la trama del lastricato sottostante. È un frottage fatto coi piedi, quindi più "automatico", più inconscio di quello praticato dai Surrealisti. Il termine frottage o frotteurismoi in sessuologia indica una parafilia o una perversione consistente nel cercare l'eccitazione strofinando i genitali sul corpo di donne ignare in luoghi affollati. Perchè questo attegiamento sia considerato propriamente una perversione deve essere connotato da episodi ricorreti e provocare un disagio significativo. Non c'è perversione dunque negli happening di Diodato, ma tanta eccitazione collettiva. Nel 2000 le lastre di allumio, che sul pavimento del suo studio venivano aggredite dal frullino, iniziano a invadere la città. È sufficiente la pressione di una mano che impugna una matita per ottenere l'immagine di quel che sta sotto a un sottile foglio di carta. Ma se il foglio è di alluminio ecco che servono, ancora una volta, i piedi; tutto il peso di un individuo per ottenere una sorta di frottage di quel che c'è sotto. Quando la superficie si deforma, con il peso, e si forma un'immagine fortemente a rilievo, non si può più parlare propriamente di frottage, ma di calco; calco che a sua volta può essere usato come matrice per altri calchi o sottoposto a sua volta a frottage. Ma calco di che cosa? Di qualsiasi cosa, di tutto, nulla in particolare, ma prima di tutto del pavimento (sul quale tutto posa). Il pavimento delle abitazioni urbane è quasi sempre molto liscio, non ri-calcabile (ad eccezione di qualche cotto antico); il pavimento della città è l'asfalto ma, per chi vive a Roma, è spesso fatto di sanpietrini. Francesco Franco

Testo estratto da "Baldo Diodato" di Francesco Franco edito da TAC Tomografia d'Arte Contemporanea(2011).

Lorenza Cariello

Baldo è un uomo molto curioso, un acuto e ironico osservatore che ancora adesso guarda il mondo con gli occhi della meraviglia, come se fosse un collezionista in una Wunderkammer.

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Uno scultore sui generis
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Uno scultore che nel suo percorso ha ricercato la sintesi ideale tra pittura e scultura, tra modellazione delle forme e frontalità della visione. La sua è una scultura che si realizza con le mani e con i piedi, ma che si contempla a parete, come un elegantissimo oggetto di design. Napoletano di nascita (1938), negli Anni Sessanta si trasferisce a New York in piena temperie neo-avanguardistica ed entra in contatto, tra gli altri, con John Cage e Allan Kaprow. La metropoli è stata una fonte inesauribile per lui, che dalle finestre (che gli ispireranno poi le grandi installazioni ambientali attraversabili) osservava il flusso incessante di umanità varia e si chiedeva in che modo avrebbe potuto registrarlo. Ha cominciato così ad occupare il suolo pubblico, a ricoprire di tele le strade, i marciapiedi, i pavimenti, a spargervi sopra i pigmenti colorati perché le persone, calpestandoli, lasciassero una traccia di quel passaggio: una sorta di frottage collettivo “fatto coi piedi”. Dopo circa trent’anni di vita in America, col suo bagaglio di napoletano a New York, fatto di lucine, lustrini, icone pop, suggestioni new dada, familiarità con l’happening, Diodato torna in Italia per trasferirsi a Roma. Da allora il metodo di lavoro non è cambiato, l’approccio è sempre lo stesso. Sono cambiati invece i mezzi espressivi e i materiali attraverso cui egli fornisce la sua personalissima e spesso giocosa interpretazione del dato empirico. Baldo è un uomo molto curioso, un acuto e ironico osservatore che ancora adesso guarda il mondo con gli occhi della meraviglia, come se fosse un collezionista in una Wunderkammer. Mi ha sempre colpito molto la naturalezza e la disinvoltura con cui addomestica i materiali di cui dispone e, in generale da buon napoletano, riesce a fare di necessità virtù. “Quando ero a New York” mi racconta spesso “ad un certo punto hanno venduto il palazzo in cui io abitavo e per un periodo ho vissuto in subaffitto, traslocando di frequente. Per questo ho cominciato a lavorare col polistirolo che è leggerissimo e si sposta facilmente. Poi sono arrivato a Roma e lo studio a Palazzo Doria Pamphili riesce ad accogliere tutto, ma è maledettamente umido e ho dovuto iniziare a lavorare coi metalli”. Ironia a parte, il collezionista che va a caccia di pezzi di città, non può non desiderare di “possedere” i sanpietrini che rivestono quasi tutte le strade e le piazze del centro di Roma. L’esigenza di un materiale duttile ma resistente si è imposta nel momento in cui ha deciso di coinvolgere anche veicoli e mezzi pesanti in quello che è un vero e proprio calco della pavimentazione romana. Le lastre posizionate per terra, spesso in alluminio, vengono calpestate, maltrattate, percosse, perché possano aderire il più possibile alla pavimentazione. Roma svela le sue forme e Diodato le reinterpreta in modo rigoroso nella ripetizione incessante del modulo, intervenendo con martelli e colori per stabilire una relazione tra gli spazi pieni degli elementi e quelli vuoti che li delimitano. A questo si riferisce Achille Bonito Oliva1 quando lo definisce “artista modulare mediterraneo”. Diodato ha liberato la materia dal suo peso. La scultura si svuota, si assottiglia come membrana e il suo diventa uno “spazio pellicolare” a cui viene conferito ritmo, non solo in senso geometrico ma anche musicale. Da questa felice intuizione, poi, è nata anche la collaborazione col percussionista Antonio Caggiano e il suo ensemble Ars Ludi, in happenings che richiedono la partecipazione attiva del pubblico di martellatori/musicisti. Le lastre metalliche possono essere percosse anche per produrre suoni, per essere trasformate in materia musicale oltre che scultorea. Per Baldo il ritmo e il movimento sono molto importanti e ha sempre cercato di darne almeno l’illusione attraverso diversi espedienti. Mi sembra particolarmente interessante il risultato che ottiene quando utilizza la smerigliatrice, generando una sorta di ologramma che evoca la terza dimensione. Se ne serve di frequente, sia sulle lisce lastre di alluminio, sia sui sanpietrini, a cui “le linee senza peso” conferiscono un particolare effetto aggettante, creando dei bellissimi giochi di luce. Ha ragione Francesco Franco quando dice, nella recente e completa monografia che ha scritto su Diodato per Exòrma2, che il mestiere di ferroviere svolto prima di lasciare Napoli per andare a “fare l’artista” in America, ha lasciato un segno indelebile nel suo cammino. Si è continuamente ispirato all’ambiente meccanico e tecnologico della ferrovia per il rigore dei suoi percorsi, per gli effetti ottici del paesaggio in movimento, per i materiali (metallo, vetro, fibre ottiche). A Baldo piace tutto quello che può generare un dinamismo, soprattutto luminoso. Spesso si diverte a giocare con la luce, con paillettes e lustrini, che soddisfano pienamente la sua ludica vena pop. Quando l’Ente della Metropolitana della città pop per eccellenza, Napoli, gli chiese di concepire una delle sue meravigliose stazioni d’Arte Contemporanea, Diodato ha pensato subito di giocare sul significato del “venire alla luce” e ha riprodotto la sua spiritosa visione dell’origine di tutto. Quando si esce dalle viscere della terra è come se si rinascesse ed Exit (2000) è un’enorme vagina luminosa che accompagna i viaggiatori all’uscita Quattro Giornate del Vomero. In un’altra occasione, invece, aveva giocato con una simbologia fallica, in un perfetto esempio di Land Art con motto di spirito. Mi raccontava che nel giardino della fotografa Marialba Russo si doveva festeggiare il suo matrimonio con la donna che aveva deciso di sposare per la seconda volta, Maddalena. “Maddalena voleva un vestito. Al centro del giardino c’era un grande albicocco sbilenco. Io l’ho ricoperto tutto di fibre ottiche e l’ho vestito. Così ho evitato anche il pericolo che qualcuno ci potesse andare a sbattere contro”. L’ Albero vestito (2000), che ora è stato dismesso, si rivelava solo al buio, con la luce del giorno tornava ad essere un grande albicocco sbilenco. Maddalena avrà il suo Vestito da sera due anni dopo. Un vestito da festa di Capodanno, a cui le fibre ottiche conferiscono un movimento vibrante; un lucido lamé stropicciato dal ritmo frenetico della danza. Il movimento e la luce, continua fonte di stupore per chi guarda il mondo con gli occhi della meraviglia. Sempre Francesco Franco3 racconta che Baldo da ragazzo una sera pensò: “che artista sarei, se riuscissi a riprodurre questo cielo!”. A Gibellina ci ha provato con l'uso sapiente della lamina metallica unita alle fibre ottiche, è riuscito a conferire profondità e movimento al soffitto della Fondazione Orestiadi: la sua personale, onirica ma tangibile interpretazione del Cielo Stellato.

Luigi Castellano Luca

I fogli metallici che da qualche anno si avanzano, sembrano fatali come pagine del destino.

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Metalli
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A ben pensarci era inevitabile, dopo aver felicemente frequentato il mondo, che Diodato portasse alla sua città, tutto questo intero, il teatro d'immagini che ha costruito nel tempo. Questa volta, diversamente che per gli altri, non possiamo chiederci dove siamo, né se la libertà delle suggestioni che si promettono, sia anche un rendiconto della nostra cultura figurativa, con – citazioni – che ci spiazzano e ci nutrono di continui riferimenti. In questo senso la coscienza si offre come un dovere d'incomparabile irripetibilità, ed oltre come attribuita natura – unica -, per salvare strategie decisive, consapevoli nel porre gli eventi nel segno della ritualizzazione dell'immaginario e della sua moltiplicabilità. L'artista si cimenta, sin dall'inizio, con simulazioni che danno vita ad opere che in successivi passaggi lo trovano testimone di uno – spettacolo – particolare, con brani da promoter che coniuga allusioni e sospensioni. Immagini-mostra, concepite come per prevedibili assenze che riescono a dare visioni di identità realizzate ed interpretate, per trovare una viva ragione dedicata al diffondersi ed articolarsi di esiti che caratterizzano da sempre lunghe pazienti esplorazioni. Resta evidente il rilevare come l'artista riconosca di continuo, nei risvolti delle sue produzioni, i caratteri sempre arcani delle sue stesse emozioni. Le – figure – sono il tracciato che condensa qualità essenziali d'accostamenti vissuti in stagioni di lunghi viaggi, tirati giù da scaffali di emotività e tenuti a riparo da deterioramenti irresistibilmente tentati dal possibile. I fogli metallici che da qualche anno si avanzano, sembrano fatali come pagine del destino. Un destino che non a caso vive un percorso di entusiasmanti sorprese, inseguendo con una ricerca attenta, opere che rivelano come l'artista non abbia mai cercato di sfuggire a se stesso. Ecco perché i segni, sono segni di profondità rivelatrici destinate a funzioni esterne al disegno di storie e spiegazioni quotidiane, per descrivere realtà e scontri di energie che vanno progressivamente concretizzandosi. Maniera aperta, atta a convalidare i modelli proposti, affinché risultino rivelatori di destini utili ad amplificare, variare, registrare ed avviare a nuove – isole -, la gioia del giorno seguente. Quindi, prima che un - ritorno - l'escursus che si offre serve a ricomporre il senso di un personaggio al quale le testimonianze interiori di lungo percorso, servono ad offrirci squarci di attualità che mettono in luce come sia possibile, del Diodato, raccontare attraverso opere che si inseguono e ritornano, le diversità imposte dal succedersi degli avvenimenti, mediati dal nostro artista con attenta e sicura autorevolezza, attraverso interpretazioni personalissime. Affermazioni di profondità diventati pensieri, che si estendono là dove ricevere si conferma momento di conquista del mare di inconfessabili verità dedotte ancora, come per le opere in mostra da sottilissime iterazioni, tra reminiscenze ed ore di vita. Tema e documento che focalizza in lunga durata, passaggi continui e perentori, per essere l'artista testimone sicuro ad attento in tempi di non perdono.

Mariantonietta Picone Petrusa

..è rimasto fedele alla vocazione sperimentale di tutto il Gruppo 58, "usando" la società americana per tutto quello che di nuovo, anche tecnologicamente, poteva offrigli.

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La Pittura Napoletana del '900
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[...] Mentrein campo internazionale si andavano affermando la Pop Art americana e il Nouveau Réalism francese, in Italia si erano evolute in direzioni originali, di sicuro interesse, le ricerche "oggettiuali". Oggetti quotidiani appartenenti alla dimensione domestica (Perisco, Bugli, Diodato), a quella devozionale (gli ex voto di Del Pezzo, ma anche di Franco Visco del gruppo Continuum), a quella ludica (Salvatore Paladino, Bugli, Persico) o anche ad un patrimonio di forme tradizionali (come le modanature architettoniche barocche di Del Pezzo e le acquesantiere con "natura morta" di Diodato), fino a sfiorare il kitsch, costituivano un repertorio di luoghi comunu del tutto autoctoni, antropologicamente ben radicati nella realtà napoletana e contrapposti, con la loro ironia, con le loro citazioni della metafisica, con il gusto del gioco e delle carabattole alla Marilyn Monroe e alla Coca Cola americani. [...] Qualche affinità con il New Dada newyorkesi si può riscontrare, invece, nelle Nature morte di Diodato (Il cristoè ovunque 1963-64,Natura morta 1964) e nelle Tavole di Del Pezzo, che sembrano tener conto della banalità degli oggetti quotidiani sovrapposti alla tela di Dine, e ancora nei Praticabili di Bugli, che ricordano la casualità dei combine painting di Rauschenberg della sua prima fase. Nel caso di Diodato l'affinità con New Dada e Pop Art, soprattutto nella utilizzazione di icone, materiali ed oggetti della società dei consumi, sarà uno degli stimoli che lo spingeranno alla fine degli anni '60 a tentare l'"avventura" americana, avventura che si tradurrà in un lungo soggiorno negli USA, durato 25 anni (dal 1966 al 1990). Sarà proprio questa esperienza a chiarire, tuttavia, la distanza della sua formazione europea dalle ferree leggi imposte dal ercato americano anche ai prodotti culturali e che sono riassumibili nella formula messa a punto dall'inventore della Coca Cola, nel momento in cui si doveva progettare l'involucro della bevanda: "un prodotto per sfondare deve essere riconoscibile anche al buio". Diodato non ha mai accettato il concetto di standard, o di marchio di produzione uniforme e riconoscibile, adottato da tanti artisti statunitensi, ed ha negli anni continuato le sue sperimentazioni tecniche e contaminazioni linguistiche, ad onta delle pressioni mercantili. In questo, è rimasto fedele alla vocazione sperimentale di tutto il Gruppo 58, "usando" la società americana per tutto quello che di nuovo, anche tecnologicamente, poteva offrigli.

Baldo Diodato

Con un gesto consueto come il camminare, si favoriva una presa di coscienza del proprio essere al mondo.

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Metalli
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Comincerò col dirvi che ciò che vedete qui esposto ha origini molto lontane. All'inizio del secolo. Dai surrealisti. La determinazione del rapporto con la realtà visibile assunse il suo aspetto più peculiare nel surrealismo. Quando nel 1924 Luis Aragon scriveva che la grande scoperta, capace di rinnovare profondamente i presupposti dell'arte, era che nel subcosciente esistevano immagini capaci di divenire parti integranti e materialmente palpabili della realtà, ciò significava riconoscere nella realtà concreta quel medium verso il quale le immagini del subcosciente potevano prendere forma. Nella terminologia del surrealismo sono "immagini" le forme e le figure depositatesi nei più profondi strati della memoria, che la fantasia eccitata solleva e porta alla luce. Una cosa estranea, che proviene da un altro mondo, si presenta come prodigio o come un assurdo rispetto alle cose a noi familiari. E viceversa le nostre cose abituali, sotto lo stimolo della nostra facoltà associativa, provocano bizzarre catene di immagini analogiche. Possono anche pur conservando tutta la loro realtà materiale, acquistare per via di scambi e collegamenti o attraverso l'isolamento, una ricchezza di materiali del tutto inaspettata. In un esame sistematico dei campi di immagini considerati nella teoria del surrealismo incontriamo tre zone di origine o fonti: Il mondo di immagini del sogno e dell'ebbrezza, che si concreta come allucinazione; il mondo di immagini del subcosciente più profondo, che viene evocato dall'automatismo psichico; e le immagini dell'esperienza magica delle cose, che provocano catene di associazioni collegate alle cose. lì prevalere di una di queste fonti provoca fra le varie maniere pittoriche una distinzione molto precisa, tale distinzione ha le sue radici immediatamente nel momento pittorico. lì quadro è la lavagna sulla quale il subcosciente traccia dei segni, che compongono una scrittura pittografica. Gli elementi tecnologici Passano in seconda linea e vediamo porsi al centro del quadro la pianta, L'animale, l'uomo, la porta. Quanto di magico ed enigmatico c'è nel mondo delle cose che ci circonda è un nuovo tema artistico che vuole esprimere gli strati subcoscienti dell'uomo attraverso una sorta di allegoria delle cose reali: questo è il fondamento del verismo surrealista. Nel 1925 Max Ernst, stimolato da immagini allucinatorie che ossessivamente gli balzavano agli occhi dalle venature del pavimento di legno di una osteria e, ricordando l'esortazione di leonardo a considerare forme pittoriche le immagini che gli suggeriscono le macchie, le nuvole ed altri elementi naturali1 scoprì un nuovo procedimento: i frottages. Questi erano dei rilievi ottenuti "Queste sono come rintocchi di campane, da cui l'uomo ode ciò che porta in sé come immaginazione" attraverso lo strofinio con la grafite di fogli di carta stesi sul pavimento. Per Ernst "Quando fissavo intensamente i disegni così ottenuti restavo sorpreso dall'improvviso rafforzarsi delle mie facoltà visionarie, e dalla successione allucinante di immagini contraddittorie e sovrapposte". "Così questi disegni assumevano l'aspetto di immagini di una inaspettata precisione". Negli ultimi anni Ernst ha fatto passare in secondo piano l'elemento veristico per arrivare a larghi disegni figurativi più astratti, spesso disposti in dure geometrie, con caratteri magici e simbolici. Come feticci figurali; i limiti tra mondo interiore ed il mondo esterno vanno lentamente dissolvendosi. Nel 1972 ero a New York, mi affascinava guardare dalla finestra del mio studio il via vai delle persone , tutte un po' frenetiche, si fermavano agli incroci e poi ripartivano tuffi insieme : attraversavano la strada e si disperdevano automaticamente. Questo avveniva di continuo, una massa di gente di diverse lingue ,razze e religioni. Mi incuriosivano al punto di volermi relazionare con loro Erano troppi ed avevano fretta. Quindi un giorno decisi di registrare questo modo di fare, il loro modo di fare, le loro tracce, di conciliare arte e vita, opera e spettatore. arte e vita e arte socializzata, ne sociale ne socialista. E' obbligare il passante a trasformarsi in artista. Per la prima volta dopo Max Ernst usavo la tecnica del frottages per poter esprimermi. In quel momento non ero più napoletano, ne italiano ,ne americano, ne tanto meno italo-americano. Trovandomi nella città più multi etnica del mondo usavo le persone a loro insaputa per realizzare delle opere direttamente legate al mio stato d'animo. Conoscevo il gesto del più grande espressionista astratto che 25 anni prima aveva steso per terra nel suo studio la tela rivoluzionando la pittura dando inizio alla danza degli schizzi. Istintivamente una notte posizionai una tela bianca per terra sul marciapiede e parte sulla strada, limitando uno spazio artistico dove i passanti inconsapevolmente lasciavano le loro tracce, le loro impronte, le loro ansie, sulla tela bianca da me fissata, come in un palcoscenico che cambiava colore col passare del tempo. Con un gesto consueto come il camminare, si favoriva una presa di coscienza del proprio essere al mondo. Producendo dei monocromi incredibili con forme e geometrie imprevedibili, poi da me elaborate, tirate sui telai ed esposte al pubblico. In pratica dicevo: visto cosa siete capaci di fare? Credo nella comunità, nella collettività, preferisco la gente libera, che fa ciò che crede senza imposizioni di alcun tipo. Credo nella libertà, perché la gente libera usa la propria libertà anche per gli altri.

Baldo Diodato Studio Morra Napoli, 22 marzo ‘99

Achille Bonito Oliva

L'artista realizza il paradosso di portare, come altri hanno fatto con la pittura, la scultura a pura frontalità, a una sorta di bidimensionalità, risultato di un intreccio tra diversi linguaggi.

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Modulare Mediterraneo
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Normalmente la scultura è un linguaggio che coniuga la tridimensionalità attraverso l'occupazione dello spazio esterno, come se volesse affermare con la forza gravitazionale la sua staticità, ciò che gli sta sotto. Quella di Baldo Diodato invece cerca di non abitare il luogo dove si appoggia emancipandosi dalla servitù prospettica della terza dimensione, arrivando alla presentazione di uno spazio pellicolare. L'artista realizza il paradosso di portare, come altri hanno fatto con la pittura, la scultura a pura frontalità, a una sorta di bidimensionalità, risultato di un intreccio tra diversi linguaggi. Il recupero dell'ornamentazione e quello della modularità, frutto dello sviluppo tecnologico, della standardizzazione dell'oggetto, del principio di ripetizione. Baldo Diodato, artista modulare mediterraneo, non impiega la forma organica come rimando, rinvio e metafora visiva della grande madre, la natura. Le sculture in qualche modo competono con la realtà, lavorano su un grande sogno, l'autosufficienza dell'arte. Un sogno che naturalmente anche le avanguardie storiche hanno inseguiti, l'utopia di controbattere alla realtà esterna con un'altra che si poggia sull'autonomia del linguaggio. Sculture dunque che abitano un non-luogo, quello dell'atopia. Diodato sa bene come l'arte voglia sempre volgersi verso l'autosufficienza, organizzarsi secondo forme proprie. Artista laico e stoico, è artefice estetico e principalmente etico, poiché imposta con rigore la costruzione del proprio sogno creativo. Generalmente l'utopia presuppone la violenza del contrasto frontale e dell'alternativa, della differenza rispetto alla realtà. L'atopia, il suo non-luogo, si sottrae invece all'idealismo di questo confronto e si stabilisce come un'unica presenza possibile. La scultura è la dimostrazione di come l'artista tenda a definire in maniera assolutamente autonoma tutto lo spazio abitato dalle forme. Diodato non si fida dello zoccolo della realtà, della superficie nuda della terra, ma comincia da quel punto proprio del suo linguaggio. A stabilire una base fidata, costruita secondo l'ordine del suo linguaggio e da quel punto assume il colore, elemento tipico della pittura. Scultura anche colorata, architettura dipinta, come ripresa di un linguaggio medievale. Questo conferma ancor di più il valore della atopia, la possibilità di Diodato di realizzare una sorta di non-luogo rispetto a quello della realtà, di costruire l'autosufficienza dell'immagine, della forma a se stante. Tutto ciò comporta il superamento del principio di gravitazione, che tende a partire da un nucleo, a privilegiare un punto da cui si irradia l'ordine o il disordine, l'equilibrio o lo squilibrio. Nel momento in cui la scultura diventa pellicolare e bidimensionale assume una base autonoma, non cerca al di fuori, ma dentro di sé il proprio completamento, grazie al calpestio dello spettatore, segni del vissuto sopra il calco in alluminio che riposta le stimmate geometriche dei sanpietrini della antica Roma: un inedito esempio di frottage fatto con i piedi e le mani, prima l'artista e poi il pubblico, la prova di una contemplazione interattiva dell'opera. Così l'opera di Diodato riesce attraverso l'intreccio di diverse sensibilità culturali, recuperate da contesti antropologici differenti, a sottrarsi alle tirannie specifiche dei diversi contesti, a superare la superbia della razionalità che attraverso l'utopia progettuale le avanguardie storiche tendevano a ribadire. Nello stesso tempo evita l'edonismo del pure ritmo decorativo perché il linguaggio astratto non è ornamentazione ma fondazione di un linguaggio, di un alfabeto che parte dell'artista e e in quanto tale si configura attraversi immagini che inviano a un interno circolare percorso. Gli angoli smussati significano superamento di una geometria euclidea rigida e dura, produzione di un sogno, quello dell'arte, scremato dalla superba possibilità di essere alternativo al mondo, ma fondato sul desiderio della durata. Essa è assicurata proprio dal fatto che la scultura non è logorata da confronti nei tempi brevi, ma assume la speranza di un segno capace di durare fuori degli squilibri che la realtà può produrre di per sé. Per questo l'avventura creativa di Diodato ha la forza di non affidarsi al peso dei materiali, alla forza armata della scultura tradizionale per costruire, sottrarre, scremare la forma del senso del pieno, della violenza della pura occupazione dello spazio. Semmai tende a occupare un altro spazio, quello dell'immaginario collettivo che sembra più voler farsi rappresentare dal linguaggio, per definizione più socievole, dell'architettura. Ma anche l'arte ha questo scopo, produrre segni sociali ed evitare segnali. Il segnale significa messaggio codificato, ordine, organizzazione e gerarchia. Nelle sculture di Diodato l'angolo smussato, le forme ricurve evitano un punto eccessivo di sosta, quindi invitano al movimento, alla dinamica psichica, esistenziale e sociale; questo è il movimento eccellente dell'arte. La scultura di Diodato opera su un sistema di relazioni spaziali capaci di restituire mediante l'installazione di materiali diversi il valore della temporalità. Dell'architettura l'artista riprende il senso della distanza e dell'intervallo intercorrente tra vari punti dello spazio. Questi punti di sosta sono occupati da materiali diversamente connotati e corrispondenti sintatticamente e semanticamente a un'idea. La scultura di Diodato mette in scena il necessario corto circuito tra spirito e materia per approdare a una forma unitaria capace di rappresentare il senso della totalità, intesa come sintesi e relazione moltiplicata tra tempo e spazio. L'opera lavora sul corto circuito della differenza. La scultura ingloba dentro di sé non soltanto lo spazio pieno degli elementi presentati ma anche quello del vuoto che delimita il rapporto tra essi e recinta in tal modo il campo delle possibili relazioni tra i diversi elementi. L'intervallo tra i materiali è progettato da Diodato come spazio e tracciato necessari al collegamento tra le diverse polarità messe a confronto tra loro come antipodi. Alla parete il modulo pittorico, inteso come superficie bidimensionale di segni e colori che presentano nella scarna geometria della cornice l'implosione di un pensiero volutamente astratto. Di fronte e per terra il modulo scultoreo, una pellicola metallica che registra le cose come impronte. Sulla pelle della superficie l'artista ha tracciato una geometria ritmata di impronte che l'attraversano tutta con regolarità. Dal concavo, luogo di raccolta e di memoria, parte dunque un movimento d'incontro e ascensionale che tende a emanciparsi dal peso puramente quantitativo e gravitazionale della materia per accede progressivamente progressivamente alla possibilità della forma, intesa come accesso alla sua possibile emancipazione e trasformazione. Il ritmo geometrico testimonia le tracce di un intervento teso a formalizzare la pura materialità degli elementi, tracce dunque di un tempo laborioso e creativo che preparano il movimento ascensionale lungo la direzione della forma. In tal modo Diodato introduce la misura della distanza non lineare, sottraendo il punto d'incontro tra le diverse materie al falso equilibrio di un'improponibile geometria euclidea. Un'architettura della distanza presiede la scultura di Diodato, intesa come capacità di occupare contemporaneamente il pieno con l'ingombro fisico della materia e il vuoto con le relazioni che essa può stabilire attraverso gli intervalli preordinati dall'artista. In partenza la materia si presenta nella sua inerte opacità, nel grigiore cromatico di una condizione puramente quantitativa. Poi interviene l'artista che ne trova il primo punto d'appoggio facendo aderire la sua forma concava al suolo. Successivamente questa trova un ulteriore affinamento introducendo un elemento ritmico e modulare. In tal modo la materia acquista la possibilità di uscire dalla propria inerzia, spazio bloccato nella sua pure quantità, per accedere alla temporalità, dimensione necessaria alla trasformazione. La trasformazione è anche il passaggio dalla dimensione della scultura a quella del disegno e della pittura, indicate dall'artista come possibili luoghi di ascensione verso l'astrazione. L'architettura è il punto di approdo della tensione creativa di un'artista modulare mediterraneo, in quanto adopera da una parte la modularità di genere quali pittura, disegno e scultura, citati nella loro proverbiale specificità e dall'altra adotta antropologicamente i dettami di una sensibilità tipicamente mediterranea, capace di creare relazione laddove esiste un intervallo e separazione. L'arte diventa la possibilità esemplare di stabilire un corto circuito tra gli antipodi, un punto d'incontro tra differenze materiche e culturali non coniugabili in un impiego normalizzato. Diodato utilizza procedimenti legati ad una cultura che vuole liberare la materia dal suo peso, sottrarla alle sue tenebre interne mediante il valore di una forma che si sprigiona non dall'esterno ma dall'interno. Infatti la scultura di Diodato rappresenta il valore interno della forma, sorgente di conoscenza della materia che s'irradia dal suo cuore per raggiungere il campo esterno della vita. La modernità di tale posizione sta nel fatto che tra arte e vita non esiste distanza simmetrica ma un percorso fuori della ragione e dentro la struttura che indica erratica enigmaticità.

Achille Bonito Oliva

Walter Pedullà

Dal cielo, da questi quadri di Baldo Diodato, la Guerra del Golfo è uno show dove le ballerine sono i vertiginosi aerei supersonici e dove abbandonano le paillettes, i lustrini e i punti luminosi delle lucciole.

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War Games
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Essi non sono elevati a nuova funzione, l'autore non intende rivalutarne il significato; se ne serve così come farebbe un prestigiatore, per giocare ai “nostalgici riferimenti”. Ma, ci si può chiedere, si tratta di “imagerie” popolare o di arte commerciale? Non rischia, il giovane Diodato, di essere la prima vittima di quel feticismo industriale, per avversare il quale aveva cominciato un suo racconto? Non finisce forse col proporre il folclore dell'oggetto in serie? Ma Diodato è alla sua prima personale e pertanto bisogna riconoscergli quello di cui abbondantemente dispone e cioè: entusiasmo, estro, senso del gioco, ironia, meraviglia e una discreta dose di agnosticismo.Qualcosa in più fece vedere la CNN ma si era lontani da quel che si riprometteva il telespettatore, che, stando al caldo in famiglia fino a notte inoltrata, era davvero eroico nella resistenza dinanzi al piccolo schermo. Ogni mollica di immagine aumentava la fame di notizie da vedere, e “per buona sorte” la guerra finì prima che cominciasse la frustrazione per l'attesa continuamente rinviata. La TV tenne alto l'audio ma poco ci mancò che non spegnesse il video. Chissà quanto tempo passerà prima che gli americani ci permettano di vedere in TV la Guerra del Golfo. Non fu mai vista una guerra tanto bella. Non sappiamo come hanno dipinto o stanno dipingendo la guerra i pittori realisti o iperrealisti che il conflitto ONU-Irak l'hanno visto a occhio nudo, senza bisogno di fantasia, e che anzi l'hanno toccato con mano, anzi con organo di corpo che non sia stato straziato dai missili. L'occhio dell'Occidente invece non può essere che informale, “astratto” o concettuale: non vista bensì visione, come di ciechi veggenti. La realtà è stata mediata dalla televisione, e dove si mette in mezzo la tv lì c'è l'irrealtà, che non è però il contrario della realtà. Anche la Guerra del Golfo è parsa irreale, o almeno così sembrava a chi metteva solo l'occhio per capirci qualcosa di una realtà che certo era tremenda. L'unico modo di essere reali era dunque quello di limitarsi al poco che si vedeva realmente. “Barocco io?” domandava sorpreso Gadda. Che aggiungeva: “Barocca è la vita”. Potrebbe parafrasarlo Diodato: “astratta è la vita”; o con paradossale gioco di parola, “astratta è la vista”. A guardare la Tv, la Guerra del Golfo non potrebbe essere più “astrattista”: si vedevano tracce, schemi, geometrie, figure essenziali e disegni d'assoluto, e movimento, dinamismo, luce , bagliori , colori. Ebbene, a guardare i quadri di Baldo Diodato, cosa si vede? L'argento delle ali d'areo, la riga luminosa dei proiettili che tratteggiano il buio e affettano la notte, la lunga scia dei missili dopo la fiammata del decollo – quasi viaggio sulla luna – alcune macchie al centro del quadro a segnalare esplosioni, su un carro armato o su una fabbrica di latte o su un ospedale o su un obiettivo militare. Linee, luci, reti, quadrati, cerchi, vortici, ghirigori, volteggi vertigini , acrobazie nell'aria. Sono vedute dall'aereo? Aereopittura? Una visione più elevata ma informale: da quell'altezza il pilota registra immagini che non distingue e che saranno decifrate alla base. Quasi il materico. E d'altronde il materiale ha una parte importante nelle opere di Baldo Diodato. L'argento delle lamine è, a dir poco, “esplosivo”: forse la luce accecante dell'energia atomica, che per fortuna è stata solo minacciata ma non usata nella Guerra del Golfo. Qualche volta ci si immerge nel chiarore che è, secondo il titolo di un quadro, “vanità”. La vanità di una guerra che viene combattuta per farsi belli? La Guerra del Golfo è stata una bella guerra per coloro che ne hanno visto solo le linee, le curve, i colori in TV? Le masse si sono divertite molto allo spettacolo di una guerra ancor più luminosa se ci butti sopra le luci di una trasmissione televisiva che tenta, non so con quelli effetti, di iniettare concretezza documentaria nell'astrazione geometrica dei quadri di Baldo Diodato. Quando i segnali sono abbagliati, si è portati a surrogare la vista con la fantasia, con l'allegoria o meglio col simbolismo. Ed essi sono notoriamente fattori di abusi interpretativi. Figurarsi cosa può farci sopra un letterato non abituato a risparmiare sulle parole. Il segno di Baldo Diodato è plurivalente, ti attira a dargli tanti significati diversi ma tutti compatibili, e ti resta l'insoddisfazione di chi non ha centrato il bersaglio che è il senso di questo lavoro. A complicare le cose, prima i graffiti generano una profondità dinanzi alla quale non puoi limitarti a dire che c'è qualcosa sotto. Poi entra in gioco la luce con i suoi colori, ma non è sotto l'essenza delle visione. È per aria, dove le linee e le curve impazzano con calcolata follia. È stata davvero una splendida guerra , potrebbero concludere i milioni di bambini che si accalcavano davanti al televisore per assistere ai giochi di guerra dei grandi. Si sta forse celebrando una festa lassù dove i piloti d'areo vedono uno spettacolo più effervescente ed eccitante di una varietà televisivo? Dal cielo, da questi quadri di Baldo Diodato, la Guerra del Golfo è uno show dove le ballerine sono i vertiginosi aerei supersonici e dove abbandonano le paillettes, i lustrini e i punti luminosi delle lucciole. Nascondono qualcosa i blu e i rossi che coprono l'argento del materiale fondamentale dell'arte di Diodato? Non lo sapremo mai, e dovremo limitarci a dire che sono smaglianti. Se vi pare che manchi il comico, pensateci bene e vedrete che c'è dell'ironia nelle opere di Baldo. Quando c'è un qualsiasi grado di comicità, dicono gli psicologi che è passata la paura. L'artista ha invece paura che la Guerra del Golfo non sia stata presa abbastanza sul serio dall'Occidente che l'ha vissuta attraverso la televisione. L'osservatore potrebbe avere legittimamente generato anche questa paura: l'altissimo spettacolo dei diecimila metri può avere suscitato davvero il “piacere” che intitola una delle opere. Non è la prima volta che l'uomo prova orgasmo dinanzi alla guerra, alla sua violenza, alla sua potenza distruttiva, ai suoi fuochi: che non sono artificiali quanto appaiono a chi sta così in alto come il pilota d'aereo o così comodi come sembrano a chi se ne sta in poltrona a godersi una battaglia in cui muoiono solo gli altri. Questa guerra insomma ce la siamo goduta. Oltre alla nostra storia in queste opere, c'è anzitutto però la storia di Baldo Diodato, che non è più il pittore astratto che fu negli Anni Sessanta. Ci sono le tracce del passato di informale, ma si sono messe in movimento: le linee non stanno più ferme e buone come prima, vogliono andare altrove, assumere aspetti diversi; e così c'è la storia che deriva dalle trasformazioni delle linee e dei colori secondo i percorsi stabiliti dalla fonte luminosa. Che è poi la luce proveniente dal televisore, la maggior fonte di luce del nostro tempo. Forse non rivedremo mai l'immagine che ci ha colpito, solo il caso può rimandare la replica che colpisce intimamente. Ci sono cento storie in questa trama avvincente ma effimera di eventi devastanti. Chi sa guardare qui ci troverà la propria storia: compresa la gioia di vedere il meraviglioso spettacolo, sia della guerra del Golfo che dell'arte di Baldo Diodato. Si celebrerà nella sala della mostra un gemellaggio fra televisione e arte visiva, ma esse avevano già siglato l'alleanza nell'opera di Baldo Diodato. Che ci fanno le immagini televisive dentro una superficie argentata del bravissimo pittore napoletano? Vogliono mostrare cosa c'è sotto il fulgido splendore di un cielo di alcuni “vanitosi” si danno piacere in capriole vertiginose a velocità supersonica? Nell'argento gioca a disegnare spirali di filo: è spinato? Il cielo sta forse profetizzando la prigionia a cui è destinato un popolo al quale la Tv del suo paese non rivela certo in che stato vive veramente? O siamo prigionieri di uno show televisivo che rischia di essere perenne? Seguiamo il filo, stiamo sulle spine , ma non proviamo dolore. Dove stanno, che fanno i popoli dell'Oriente e dell'Occidente. I popoli dell'Occidente nelle bellissime opere di Baldo Diodato sono da questa parte dei quadri. È il loro occhio che osserva lo spettacolo: sono saliti sull'aereo per vederlo meglio dalla distanza sicura da cui sono innocui i missili che tolgono la vita ai nemici. Sentite freddo, avvertite il gelo della visione? Baldo Diodato non se la prende calda, i suoi cartoni sembrano di metallo, fanno gelido specchio. Nell'immagine riflessa potreste vedere voi stessi felici per il grande “varietà” che vi si mostra. Questo è solo il mondo dell'apparenza, non vero che soffriamo per quel che ci mostra la televisione, ci stiamo divertendo moltissimo, ma potremmo scomparire da un momento all'altro. Se non ci fosse la luce che viene dal televisore, forse non esisteranno neppure.

Walter Pedullà per War Games, Italian Cultural Institute

William Zimmer

Il lavoro di Diodato potrebbe rappresentare la svolta urbana delle eroiche idee di quegli artisti che portano gli elementi del passaggio nei luoghi chiusi.

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Arts Magazine n.4 1976
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Il pavimento è un sandwich, carta carbone tra due sottili strati di tela. Il visitatore non può fare a meno di lasciare il suo segno cercando gli altri pezzi di Diodato, piccoli capricci di spillette piantate in pannelli di legno riciclato. Questo processo dà a Diodato un originale ed una copia. È la copia che ha il valore delle sottigliezze. Ma la copia è anche illuminata dall'esperienza di vita dell'artista. Fino a poco tempo fa, impiegato presso il consolato italiano (un lavoro intrinsecamente connesso con l'abbattimento delle barriere), era sommerso da copie di documenti da archiviare e dimenticare. Qui invece la copia primeggia. La celebrazione dello scarto è un impulso dadaista. Il Dadaismo cerca di capovolgere le condizioni che determinano l'accettazione di un oggetto come l'opera d'arte, ma con ciò si è spesso alienato il grande pubblico nel cui interesse dichiara di agire. Senza polemiche, Diodato cerca di integrare la sua arte con la vita privata e la natura. Cita Beuys come mentore, ma dichiara in lui l'atteggiamento del “non toccare la lavagna”(Diodato potrebbe essere agli antipodi di Beuys: segni neri su una superficie bianca, la mano dell'artista sostituita dal piede del pubblico). Il lavoro di Diodato potrebbe rappresentare la svolta urbana delle eroiche idee di quegli artisti che portano gli elementi del passaggio nei luoghi chiusi. Il motivo principale di Diodato è l'egalitarismo, ma il suo lavoro è anche legato alle categorie di spazio e tempo. Su di un muro di intime proporzioni, nello spazio irregolare della galleria, è proiettata la diapositiva di un quadro creato per un impegno precedente. Gli spettatori proiettano la propria ombra sulle tracce del passato. In potenza, l'atmosfera di un rituale ancestrale. Diodato gioca con il tempo. In un'installazione precedente, le parole “temporaneamente spostato” campeggiano affianco ad un muro vuoto. Generalmente indica che il quadro è in restauro; qui si intendeva che l'opera destinata a quello spazio non era ancora stata creata. Un tocco di luce pervade l'arte di Diodato, ed il sole è stato protagonista di alcuni lavori precedenti. In un'installazione, la frase “benvenuti nel vostro spazio artistico” scritta sulla finestra, era leggibile chiaramente sulla tela vicina solo nel momento della giornata in cui le lettere proiettavano le ombre sul quadro. Un precedente lavoro metaforico era costituito da un'installazione di bottiglie di vetro presso la finestra. Per citare un passo della Bibbia, “sorge sui giusti e sui malvagi”, tutte le bottiglie erano toccate dalla luce, ma alcune cambiando colore. “Altri”, commenta l'artista, “come la classe media non cambiano mai. Non sono toccati dalla luce”. Colgo segnali contrastanti, difficili da interpretare. Forse questa insolita genesi “al mondo” arricchisce i quadri di maggiore autorità come astrazioni, o questi sono parodie arroganti e presuntuose dell'attuale divisione tra arte formale e informale? Indipendentemente dalla risposta, hanno valore come stimoli, provocando la considerazione dei rapporti dell'arte con la politica ed il mondo.

Testo tratto dall'articolo di Zimmer per il catalogo “Living Theatre, Labirinti dell'immaginario” a cura di Achille Bonito Oliva e Eduardo Cicelyn, Edizione Morra, Napoli 1983.

Renata Sansone, Ilaria Schiaffini

..il filo conduttore della sua ispirazione sembra in definitiva risiedere nel fascino per la potenza comunicativa di qualunque immagine, antica o moderna che sia.

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Art In Italy
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La cultura dell'immagine, propria della civiltà contemporanea, costituisce nell'opera di Baldo Diodato uno stimolo costante. Il prelievo del mondo della pubblicità, di origine pop, non gli impedisce però di accogliere nel suo universo creativo anche la grande arte del passato: il filo conduttore della sua ispirazione sembra in definitiva risiedere nel fascino per la potenza comunicativa di qualunque immagine, antica o moderna che sia. Ecco allora che nelle sue opere spuntano satiri romani acccanto a fotomodelle, tuffatori pompeiani accanto ai bambini dei manifesti di Benetton, grattacieli newyorkesi accanto al giocoliere di Piazza Armellina, e molto altro. Questo repertorio, vasto e multiforme, trova origine in una condizione di peregrinazione esistenziale, che lo ha condotto a cambiare radicalmente negli anni luogo di residenza: da Napoli a New York, e da New York a Roma. Di ognuno di questi luoghi l'artista ha captatol'atmosfera per trasporla nelle sue opere, sovrapponendo sensazioni e tonalità emotive percepite nelle diverse città. Non è raro quindi ritrovare nei suoi lavori l'allegria partenopea, la cultura cosmopolita di New York e la severità classica della Roma antica, miscelati in un insieme dalla marca inconfondibile. Come per una strana alchimia i riferimenti a sfere di contenuto così diverse si armonizzano, anche quando, come avviene in molte opere, vengono trattate con le tecniche più disparate. Il lavoro di Diodato si caratterizza per una vocazione eclettica e una forte attitudine sperimentale, che lo ha portato a misurarsi con tecniche e linguaggi in infinite direzioni. I moderni porcessi di fotoriproduzione convivono nell'opera di Baldo con le tecniche tradizionali, che vengono rinnovate e trasfigurate in nuove invenzionie visive. È il caso dei cosidetti "mosaici", ai quali ha cominciato a dedicarsi a New York all'inizio degli anni Ottanta. Della tecnica antica a Baldo interessano due effetti in particolare: la segmentazione dell'immagine e la sua costruzione per unità elementari. Ne risulta una apparenza di "non finito", che vuole svelare le regole di costruzione dell'immagine e allo stesso tempo infrangerle, rendere un'illusione di compiutezza della scena per rivelarne il carattere effimero. L'esigenza di superare confini e classificazioni si sposa con un bisogno di "fare continuo", di reintervenire successivamente e a più riprese sull'opera, in una dimensione estetica globale che è parte centrale del processo creativo dell'artista. È infatti il piacere del fare, un fare "estetico" inteso in tutto lo spettro delle sue valenze, che fa nascere questi "mosaici" ricchi di minuti dettagli, ricolmi di paiette, colori, tessuti, chiodi e quant'altro, e che fa scaturire in alcune parti dell'opera un "orror vacui" di memorie barocca. Così come dal barocco deriva il senso di "stupore" che suscitano le sue opere: sembrano mosaici e non lo sono; sono completi ma non finiti; sembrano tessere e sono invece pajette e peli di malibù. Confermando l'antico adagio che "del far il finè la meraviglia", l'artista ci invita a giocare sulla alternativa tra l'apparire e l'essere, arrivando a smitizzare l'immagine e a privarla della sua sostanza nel momento stesso in cui essa diventa riconoscibile. È in fondo una convinzione profonda nella relatività delle cose che porta Baldo a guardare al mondo con ironia e leggerezza, che vuol dire apertura mentale e inesauribile curiosità verso i paradossi della vita moderna.

Renata Sansone e Ilaria Schiaffini per Art in Italy N.14 1999

Baldo Diodato

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